Un maestro di libertà (1957)

di Giovanni Spadolini – «Il Resto del Carlino», 12 dicembre 1957

In una lettera inviata ad un amico pochi mesi prima della morte, Benedetto Croce aveva riaffermato che il «suo liberalismo» lo portava nel sangue e che nessuna forza umana o sovrumana sarebbe riuscita a scuotere nel suo cuore quelle convinzioni e quelle speranze alimentate dalla fede dei padri, nutrite dagli uomini del Risorgimento, che egli salutava maestri. Quasi per rispondere a tutte le obbiezioni degli scettici, che vedono nello storicismo soltanto una forma di giustificazione della forza, di omaggio al successo, di adesione al vincitore, Croce metteva in luce il fondo originario e primigenio della sua concezione liberale, quelle radici interiori e quelle derivazioni «storiche» che trascendevano le stesse tesi filosofiche, che elevavano la sua scelta in una sfera di sentimenti e di affetti inaccessibile a tutte le insidie della critica e a tutte le inquietudini della dialettica. Questo lievito di «spontaneità» e vorremmo dire di «religiosità» immanente al suo liberalismo è un elemento decisivo per capire il complesso della sua opera, per penetrare nel segreto della sua anima, a cinque anni di distanza dalla sua morte, in quest’Italia che sembra sempre più allontanarsi dai valori in cui egli credette, dagli ideali che gli furono cari.

È soltanto negli anni successivi alla prima guerra mondiale che Croce politico comincia a configurarsi in tutta la sua chiarezza. Ma la sua passione per la «politica» nasce con la sua stessa passione per la filosofia, con le sue prime speculazioni sul concetto di storia, con le sue prime indagini vichiane e desanctisiane, con gli antichi amori, mai smentiti. Non si potrebbe comprendere la genesi del suo pensiero senza risalire alla reazione contro il clima e la mentalità positivistica, da cui prese le mosse la sua attività di studioso, da cui trasse vigore e slancio la sua opera di critico e di rinnovatore. Non fu una reazione soltanto alle volgarità, alle deformazioni, agli stravolgimenti dell’evoluzionismo e del determinismo. Non fu soltanto una reazione alla morale scientista e alla mitologia dell’ateismo e alla mistica del forno crematorio e alla filosofia del «genio delinquente» e alla sociologia dell’arte come follia e a tutto lo spirito grossolano, classificatorio, semplificatore introdotto, nelle discipline filosofiche, dai metodi del positivismo. Questo nipote di Silvio Spaventa sentì fin dal principio come la rivolta antipositivistica in filosofia avesse necessarie, e vaste, implicazioni sul piano della vita e dell’attività politica: a cominciare dall’approfondimento e dalla revisione delle posizioni del marxismo.

Per quanto non si schierasse apertamente nell’agone della lotta fra i partiti, per quanto si limitasse a ricoprire solo cariche decorative od onorifiche nella sua città d’adozione, per quanto accettasse al massimo di appoggiare – nelle elezioni del ’13 – un delle tante edizioni dei «blocchi dell’ordine» liberal-moderati, tuttavia Croce non mancò di cogliere il nesso fra la «rivoluzione spirituale» che egli introduceva nei domini della critica e della filosofia e la trasformazione politica dell’Italia giolittiana, quella stabilizzazione economica e sociale che dissolveva le ombre del passato. Quel nesso lo illuminò in pieno, lo approfondì solo più tardi: nelle pagine indimenticabili della Storia d’Italia dal 1871 al 1915, in quelle pagine nelle quali perfino il vegliardo Giolitti sentì una trasfigurazione, e sublimazione, dell’epoca che egli aveva incarnato e rappresentato, quasi senza accorgersene, quasi senza afferrarne il senso: epoca di ordine, di civiltà, di misura, di decoro, di consapevole e pacifica elevazione.

Conservatore per origine, per educazione, per tradizione, per spirito familiare, Croce tuttavia non condivise le chiusure, le asprezze, le inibizioni di quel conservatorismo italiano, che degenerò nella reazione. Fu in quegli anni, anzi, che il filosofo inviò una sottoscrizione all’Avanti! per i carcerati del ’98 e rinsaldò la sua amicizia con Antonio Labriola che, dalle aule dell’ateneo romano, dava la prima interpretazione organica, storicistica, realistica di un marxismo lontano da tutte le falsificazioni romantiche e da tutti i travisamenti libertari (esperienza consegnata in un libro, che Croce continuò a ristampare tranquillamente anche nei momenti della più accentuata polemica anticomunista).

Il filosofo, che negherà sempre e con piena coerenza la legittimità del concetto di «lotta di classe» come «logicamente assurdo», non mancò di avvertire quanto l’inserimento di nuove forze contribuisse a spezzare gli schemi giuridici e formalistici in cui si era chiusa la nostra vita parlamentare, a riportare le differenziazioni e le antitesi programmatiche a ragioni «storiche», a riconsacrare quel senso drammatico e tragico della vita, che era stato ottenebrato dall’ottimismo radicale e dalla «mentalità massonica». Fu solo quando gli sembrò che il socialismo si volgesse verso una forma di radicalismo bloccardo, di filosofia umanitaria, cementata dalla Massoneria e dai miti dell’89, che egli scrisse il famoso articolo sulla «Morte del socialismo», cioè sul fallimento della sua interpretazione «borghese».

Critico fino in fondo, e talvolta non senza asprezze, della sociologia di Mosca e di Pareto, scettico sull’autonomia e sulla esistenza stessa di una «scienza politica», Croce non si sottrasse egualmente alla logica ferrea dal «machiavellismo» e non indulse in nessun momento alle evasioni del misticismo politico o dell’utopismo ideologico, che contrabbandano tanto spesso la più spietata difesa di posizioni costituite e di reazione. Si può parlare di lui come di un «moderato», almeno fino all’avvento del fascismo? È la definizione preferita dai più; ed è vera in quanto si ricolleghi il moderatismo a un complesso di valori della vita, a una specie di concezione quiritaria, di galateo mentale, al quale si mantenne sempre, e intransigentemente, fedele: al di fuori di ogni esclusivismo e di ogni indulgenza retriva.

Nominato senatore da Sonnino, egli in realtà fiancheggiò idealmente la politica di Giolitti, fu ministro con Giolitti nel 1920, consacrò a Giolitti e al suo tempo alcune delle pagine più belle della sua «Storia d’Italia». Accomunato allo spirito della Destra storica dalle consuetudini familiari, dagli orientamenti intellettuali, dall’impronta spaventiana, egli integrò sempre l’insegnamento dello zio con quello di Francesco De Sanctis, il moderato che aveva finito per aderire alla Sinistra storica.

Per quanto incline a difendere i princìpi nazionali contro il troppo facile internazionalismo dei socialisti (mito di origine borghese), non condivise mai le accensioni e gli entusiasmi di quel nazionalismo aggressivo, intollerante, tumultuoso che portò al «colpo di Stato» del maggio ’15; e passò allora per germanofilo e per neutralista (quando germanofilia e neutralismo significavano soltanto la difesa della dignità della cultura e di un certo equilibrio morale). La sua influenza sui movimenti innovatori o eversori o semplicemente polemici dei primi del Novecento fu profonda; ma egli separò nettamente le proprie dalle altrui responsabilità non appena intuì il rischio – che poi denuncerà aspramente nella Storia d’Europa – di uno scivolamento verso l’attivismo e l’irrazionalismo. Allievo ideale di Hegel, non abbracciò mai la filosofia dello «Stato etico» e intravide quei pericoli e quelle deviazioni, che appariranno in piena luce solo con le esasperazioni dell’attualismo. Portato a sentire la politica come potenza, come lotta, come emulazione, portato a preferire i trattati di Treitschke ai proclami della lega per la pace perpetua, portato a esaltare i valori di energia, di coraggio, di «virtù», non mancò di segnare con rinnovato vigore i limiti fra politica ed etica, non appena parve che un’interpretazione disinvolta e temeraria dell’idealismo giustificasse un nuovo massimalismo dell’azione, un nuovo e più inquietante pragmatismo.

Occorse l’esperienza del fascismo perché Croce traesse tutte le conseguenze da quella che era stata fin allora una rivoluzione del metodo critico, un riordinamento delle discipline storiografiche, un rivolgimento filosofico. In quel movimento (che tanta parte della destra liberale aveva visto come uno strumento, sia pure provvisorio e rozzo, di restaurazione dello Stato e dell’autorità nazionale) egli finì per scorgere la radice di una filosofia politica che, pur muovendo da alcune premesse del vecchio liberalismo autoritario, arrivava a negare gli stessi valori del Risorgimento, a incarnare un Antirisorgimento. Forse, senza il 3 gennaio, senza l’involuzione dittatoriale del regime, non avremmo avuto il dispiegamento pieno della sua filosofia politica. E non avremmo avuto neppure le grandi opere storiche, che traggono tutte forza e stimolo da un’esigenza schiettamente contemporanea (quella che poi teorizzerà nella Storia come pensiero e come azione), che muovono tutte da una volontà di ripensamento del passato e di contrapposizione al presente: dalla Storia del Regno di Napoli (che è del 1924: culmine di una serie di amorose e appassionate ricerche, ancora insuperate) alla Storia d’Italia, che è del 1927, alla Storia d’Europa nel secolo XIX, che è del 1931.

La polemica contro il fascismo lo portò invece ad attenuare certi motivi della sua antica opposizione allo «spirito democratico», come spirito astratto, utopistico, livellatore, come negazione dello storicismo liberale, che è varietà, molteplicità, dissoluzione continua del mito. Ma egli tenne sempre ferma la distinzione fra «liberalismo» e liberismo: quasi ad evitare che, nelle critiche a un certo sistema economico, fossero coinvolti i valori eterni di quella concezione della vita, che si riattacca alla stessa intuizione cristiana. Né arrivò mai a identificare «tout court» il liberalismo col partito liberale: neppure negli anni successivi alla liberazione in cui assunse direttamente responsabilità nella lotta politica, particolarmente nella contrastata vicenda del governo di Bari e della Luogotenenza. La sua teoria dei partiti politici, come pure classificazioni di comodo, come convenzioni strumentali, come «generi letterari», è nota: né egli la ammainò totalmente neppure a proposito del partito liberale, che identificò con una specie di «pre-partito», di condizione e giustificazione della vita degli altri partiti. Si potrebbe solo dire che il rincrudirsi del totalitarismo fascistico smorzò sempre più quei confini che egli aveva tracciato, in sede teoretica fra liberalismo e democrazia. Smorzò, in altre parole, l’eredità spaventiana (con quel senso oligarchico, conventuale e quasi monastico dello Stato) a tutto vantaggio dell’eredità desanctisiana (con quel senso di uno Stato dinamico, progressivo, articolato e moderno).

Le sue stesse diffidenze verso un certo tipo di «parlamentarismo» si affievolirono. Non diminuì mai, al contrario, la forza delle pregiudiziali contro lo spirito bloccardo, contro le astrazioni radicali, contro la morale del «dreyfusismo»: ed è probabile che quella insuperabile componente psicologica abbia avuto la sua parte nella severa polemica contro il partito d’azione (in cui pur militavano tanti dei suoi discepoli prediletti). Né diminuì mai il suo attaccamento ai vecchi valori del Risorgimento, del Risorgimento come egli l’aveva visto e rivissuto da bambino e da giovane, il Risorgimento dei Poerio, del Settembrini, degli Spaventa, dei De Sanctis, degli Imbriani, con un certo orgoglio napoletano, se volete, con una certa intonazione meridionale, ma insieme con la più larga apertura europea, col più largo respiro di cultura e di vita.

In cosa l’esperienza della guerra e di questo dopoguerra ha arricchito la sua meditazione storico-politica? Non solo nel contatto con la vita reale (dal quale rifuggì presto), non solo nell’esperienza del dolore e della sofferenza. Piuttosto in quel nuovo slancio, in quel senso creativo ed «aperto», che egli ha dato al suo liberalismo: approfondendo il vincolo fra filosofia e storia, fra pensiero ed azione, fra la meditazione sul mondo e l’impegno nel mondo. Qualcuno, come il compianto De Ruggiero, avrebbe voluto uno spostamento della sua problematica, un ripiegamento sul terreno del «dubbio». La sua misura di umanista non lo consentiva. Ma chi legga con attenzione i suoi ultimi scritti, i suoi pensieri sulla morte, il suo dialogo immaginario con Hegel, talune delle ultimissime «schede», sentirà un nuovo fremito insinuarsi nelle sue pagine, quasi un bisogno di commisurare gli strumenti della sua filosofia alla realtà angosciosa del mondo post-bellico.

La grandezza del Croce politico era in questa armonia fra la penetrazione, sempre attenta ed acuta, di un mondo in evoluzione e la fedeltà a certe posizioni immutabili, a un certo immutabile costume. Era un «quid» misterioso e irripetibile, che l’uomo ha trascinato con sé nella tomba. Finché il maestro fu in vita, anche piegato dal male, ci consolava, nel lavoro di ogni giorno, la certezza di sentire in lui palpitare le speranze del Risorgimento, rivivere gli ideali di un mondo lontano, incarnarsi la morale di una civiltà scomparsa, ma sempre riferiti a una misura crescente, a un’esigenza attuale. La sua lezione è stata tale che nessuno, oggi meno di cinque anni fa, può pensare di prescinderne. Il laico parlava ai credenti: il credente parlava ai laici. Chi potrebbe sostituirlo?

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